illustrazione di David Sierra Liston

Rivendico il diritto del bambino al corretto uso dei tempi verbali esistenziali.

Il bambino è o sarà?

Vive o vivrà?

Può o potrà?

Deve o dovrà?

Guardando un futuro che neanche sappiamo se mai arriverà dimentichiamo il presente in cui il bambino già è e si manifesta.

Progettando quello che dovrà essere il suo destino, dimentichiamo che nessuno può arrogarsi questo diritto, l’inalienabile diritto a vivere la propria vita.

Mentre siamo intenti a prepararlo per quello che crediamo lo attenderà, scordiamo che il miglior modo per preparare il bambino a quello che sarà, è vivere intensamente il gradino evolutivo in cui si trova, di contro, il modo peggiore è anticipare il successivo.

Lo obbligano al silenzio perché dovrà obbedire.

Lo obbligano all’immobilita perché dovrà stare seduto.

Lo obbligano alle punizioni perché il mondo è crudele.

Lo obbligano alla perdita di sé perché così sarà adattato in un mondo di infelici confusi.

Gli uccidono una parte della sua splendida unicità, perché tanto morirà.

Voi, che già avete deciso l’università che farà, la casa in cui vivrà, i quadri che erediterà, avete mai messo in conto che la morte potrebbe strapparvelo via prematuramente?

La vostra è una psicosi verbale, vivete bloccati nel futuro semplice, mentre il bambino è semplicemente nel presente.

Rubare a un bambino i suoi tempi equivale a lacerare parte dell’anima sua.

Il bambino è.

Il bambino può.

Il bambino vive.

Per sé.  Nel presente. Sempre. Ovunque.

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