illustrazione: EMILY WINFIELD MARTIN

Se doveste dire quando si diventa adulti oggi, cosa rispondereste?

Ho provato a porre questa domanda a tutte le persone che da un anno a questa parte ho incontrato durante i corsi e seminari che ho tenuto. Centinaia di persone che hanno tentato di dare la loro risposta.

Dopo un silenzio iniziale di riflessione che ha contraddistinto tutti i gruppi, le risposte che giungevano erano sempre le stesse: quando si va a vivere da soli, quando ci si sposa, quando si fanno i figli, quando si trova un lavoro. Tutte risposte che riflettono una rappresentazione sociale, che rimandano ad una visione di un mondo adulto fatto di responsabilità e autonomia.

Un mondo di persone che lavorano, che non chiedono la paghetta a mamma e papà, che si fanno le lavatrici da sole, che hanno la capacità di spendere perché guadagnano.

Un perfetto ritratto della società consumistica in cui siamo immersi e di cui troppo spesso ci dimentichiamo di esserne parte.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg, è una lettura superficiale e parziale di cosa significhi essere adulti.

Essere adulti è ben altra cosa.

Io ritengo che adulto è colui che ha preso in carico il bambino che è stato, ne è diventato il padre e la madre.

Adulto è colui che ha curato le ferite della propria infanzia, riaprendole per vedere se ci sono cancrene in atto, guardandole in faccia, non nascondendo il bambino ferito che è stato, ma rispettandolo profondamente riconoscendone la verità dei sentimenti passati, che se non ascoltati diventano, presenti, futuri, eterni.

Adulto è colui che smette di cercare i propri genitori ovunque, e ciò che loro non hanno saputo o potuto dare.

E’ qualcuno che non cerca compiacimento, rapporti privilegiati, amore incondizionato, senso per la propria esistenze nel partner, nei figli, nei colleghi, negli amici.

Adulto è colui che non crea transfer costanti, vivendo in un perpetuo e doloroso gioco di ruolo in cui cerca di portare dentro gli altri, a volte trascinandoli per i capelli.

Adulto è chi si assume le proprie responsabilità, ma non quelle come timbrare il cartellino, pagare le bollette o rifare i letti e le lavatrici.

Ma le responsabilità delle proprie scelte, delle proprie azioni, delle proprie paure e delle proprie fragilità.

Responsabile è chi prende la propria vita in carico, senza più attribuire colpe alla crisi, al governo ladro, al sindaco che scalda la poltrona, alla società malata, ai piccioni che portano le malattie e all’insegnante delle elementari che era frustrata e le puzzava il fiato.

Sembrano adulti ma non lo sono affatto.

Chi da bambino è stato umiliato, chi ha pensato di non esser stato amato abbastanza, chi ha vissuto l’abbandono e ne rivive costantemente la paura, chi ha incontrato la rabbia e la violenza, chi si è sentito eccessivamente responsabilizzato, chi ha urlato senza voce, chi la voce ce l’aveva ma non c’era nessuno con orecchie per sentire, chi ha atteso invano mani, chi le mani le ha temute.

Per tutti questi “chi”, se non c’è stato un momento di profonda rielaborazione, se non si è avuto ancora il coraggio di accettare il dolore vissuto, se non si è pronti per dire addio a quel bambino, allora “l’adultità” è un’illusione.

Io ho paura di questi bambini feriti travestiti da adulti, perché se un bambino ferito urla e scalcia, un adulto che nega le proprie emozioni è pronto a fare qualsiasi cosa.

Un bambino ferito travestito da adulto è una bomba ad orologeria.

L’odio potrebbe scoppiare ciclicamente o attendere a lungo per una sola e violenta detonazione, altri preferiscono implodere, mutilando anima e corpo, pur di non vedere.

Ciò che separa il bambino dall’adulto, è la consapevolezza.

Ciò che separa l’illusione dalla consapevolezza è la capacità di sostenere l’onda d’urto della deflagrazione del dolore accumulato.

Ciò che rimane dopo che il dolore è uscito è amore, empatia, accettazione e leggerezza.

Non si giunge alla felicità attraverso la menzogna.

Non si può fingere di non aver vissuto la propria infanzia.

Non si può essere adulti se nessuno ha visto il bambino che siamo stati, noi per primi.

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7 thoughts

  1. Io avrei risposto che si diventa adulti quando si prende atto della proprio finitezza, e si scende a patti con essa. La comprensione della morte come parte dall’esistenza di tutti, compresa la mia, è stato lo spartiacque che ha separato la mia vita da bambina da quella di donna. È l’idea con la quale mi confronto prima di prendere qualsiasi decisione “impattante”. È un rumore di fondo che, da allora, non mi abbandona. Alle volte è sprone, altre nemica. Ma tant’è. Però è vero anche tutto il resto: quando ho fatto pace con ciò che mi portavo dietro fin da piccola, sono diventata una persona migliore. Più completa. Più equilibrata. Purtroppo, mi sembra che delle volte manchino le basi per una buona introspezione. Alcuni si nascondono. Molti altri, i più sfortunati, sono vittime del mancato esercizio della riflessione, mai conosciuta da piccoli e mai ricercata da “grandi”. Perché sì, essere adulti è molto altro.

  2. Bello e molto vero. E’ un grande peccato che si parli ancora pochissimo di questo tema e che manchi una vera educazione in tal senso. Fin dalle scuole andrebbe insegnata la coscienza del sé e dato valore a questo tema così importante. A Harward hanno fatto una ricerca, che dimostra che anche i migliori manager sono quelle persone che hanno capacita’ di autocoscienza.
    Quindi sarebbe utile persino all’economia del Paese.

    1. Verissimo. Ma questo imparare a guardarsi e capirsi e vincere le paure crescendo, secondo me dovrebbe essere insegnato magari a scuola dove poter inserire un professionista con le capacità di vedere come i bambini apprendono in modo diverso, di vedre il loro vissuto diverso che spesso viene taciuto.
      Deve diventare una buona abitudine elaborare le esperienze fin da giovani per non ritrovarsi con accumuli di rabbia da adulti, che come detto nell’articolo o fanno male dentro o fanno male fuori.

  3. Lo trovo stupendo e incredibilmente vero…la capacità di diventare madre e padre di sé stessi è una concezione presa poco o per niente in considerazione eppure è ciò che ognuno di noi fa quando tenta di diventare adulto, ma in pochi riescono ad amare davvero il proprio sé bambino senza accusarlo dei suoi difetti, accetandolo con le sue ferite senza cercare cure all’esterno. Forse è davvero una conseguenza della nostra società consumistica che ci illude di trovare delle soluzioni immediate nel mondo esterno, anziché cercare le risposte dentro di noi. Vedo ultimamente però una corrente contraria, un flusso di persone in cerca di una ricchezza dell’anima, fornita anche dall’amore per il prossimo e per la natura del nostro pianeta.

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