La mia adorata Alice Miller, coraggiosa dea della verità, in un libro chiamato “La persecuzione del bambino”, oltre ad illustrare in maniera egregia e disarmante le radici della violenza, ossia cosa un’educazione violenta e coercitiva possa produrre nel bambino diventato uomo o donna, per rendere più chiaro il concetto, presenta alcune biografie di personaggi famosi, tra questi compare Hitler.

Uomo cresciuto in un clima educativo autoritario ed aggressivo, in cui non mancava la quotidiana dose di legnate giustificata come atto educativo e quindi per il suo bene, per sopravvivere psichicamente agli abusi perpetrati si convinse che il fine giustifica i mezzi, finendo per creare dentro di sè una logica perversa che ebbe conseguenze internazionali. Se ci mettiamo per un attimo nei suoi panni (ne usciamo rapidamente ve lo prometto), fila perfettamente il discorso genocidio=il bene del popolo tedesco. A noi sembrerà incomprensibile, ma per lui rappresentava l’equazione diretta da ciò che aveva vissuto. Chi è cresciuto in un clima violento senza mai elaborarlo efficacemente, senza mai riconoscere la verità che il bambino che era ha sentito, chi ha dovuto costringere se stesso a negare i propri reali sentimenti può aver edificato strategie di adattamento estremamente pericolose, e aver eretto montagne di odio, rabbia e risentimento stipate dentro qualche arcano luogo dentro di sè, pronte a trasformarsi in vulcani in eruzione.

Il punto su cui vorrei focalizzare l’attenzione è la rilevanza fin troppo trascurata, che gli anni dell’infanzia hanno nella costruzione di un essere adulto. Non mi sembra che sia chiaro a tutti, non percepisco attorno a me lo stesso sdegno di fronte ad abusi di potere (comuni e costanti sia in ambito domestico sia in ambito scolastico), di fronte a pratiche educative coercitive. Non ho le sensazione che sia ancora patrimonio dell’umanità e conoscenza diffusa che ciò che sarai dipende da ciò che hai vissuto.

Io non accetto che al potere, al comando della nazione o di un banale comune ci siano persone che non abbiano fatto percorsi personali di analisi, di elaborazione della propria storia, persone che inconsciamente per tenere in piedi le menzogne che hanno dovuto, per sopravvivenza, edificare nella loro infanzia, usano popolazioni intere.

Siete sicuri che chi decide di prendere posizioni di rilievo lo faccia perchè realmente mosso dal desiderio di aiutare, sostenere, collaborare, governare responsabilmente? Non avete anche voi il dubbio che nella gran parte dei casi questo sia un inconscio movimento della psiche di rivalsa e vendetta per ciò che avevano vissuto?
Io pretendo percorsi di educazione affettiva, emotiva, sociale, antropologica, psicologica, pedagogica, filosofica per chiunque decida di candidarsi.

Da cittadina, pretendo che questo obbligo venga esteso a chiunque ricopra un ruolo di potere, come quello degli insegnanti.

Perchè nessuno viene a controllare il nostro operato psichico anzichè i risultati delle prove invalsi degli studenti che incontriamo?

Perchè nessuno si assicura che un primo ministro abbia nozioni minime di umanità, empatia e commozione?

Dietro un politico che chiude i porti forse c’è un bambino a cui qualcosa è stato chiuso. Un bambino probabilmente inascoltato, deprivato della sua patria infantile, a cui è stata negata una cittadinanza esistenziale forse. Che rapporto ha con il padre, con la figura che incarna l’autorità? E con la madre? Che educazione è stata messa in atto quando era piccolo?

Queste sono le domande che dovremmo fare, alle quali dobbiamo esigere risposta.

E’ vero, forse un articolo come questo e la mia indignazione, che spero incontri quella di molti altri, non finirà per modificare leggi, non creerà dei decreti innovativi, non per questo dobbiamo tacere. Il senso di impotenza che diligentemente attraverso l’educazione ci è stato imposto, ha finito col renderci dei silenti. Sento e leggo continuamente accuse verso le scelte politiche e mi fa lo stesso effetto che mi facevano le donne intoccabili in India che spazzavano la sabbia, un movimento fine a se stesso, un girone dell’inferno. Loro decidono, noi ci lamentiamo, fine.

Se riuscissimo a muovere in noi lo sgomento per il presente comprendendone le reali cause antiche, forse riusciremmo ad impegnarci per un futuro differente.

Ossia, se riuscissimo a comprendere che dietro un Salvini adulto c’è stato un Salvini bambino, forse guarderemmo ai bambini di oggi con occhi diversi.

Oggi, stiamo creando i politici, i medici, i giudici, i baristi e gli imprenditori di domani. Siete certi che stiamo edificando in loro strumenti di moralità? Stiamo veicolando un’educazione della paura o della consapevolezza?

Spaventare un bambino, minacciarlo o ricattarlo per ottenere il risultato che desideriamo, mina le basi della comprensione delle proprie azioni, sarebbe come dire: “non uccido perchè poi finisco in prigione”, anzichè dire “non uccido perchè secondo me ognuno ha diritto alla propria vita e nessuno può deciderne per lui”.

Immaginate ognuno di noi come un primo ministro, un regnante nel nostro ambito, sia che siate genitori, educatori o personale che lavora con i bambini.

Loro sono il popolo e noi il politico di turno che amministra il paese.

Come siamo? Comprensivi? Saggi? Empatici? Cosa stiamo passando? Quali meccanismi subdoli stiamo insegnando?

Non è vero che come popolazione non abbiamo potere, perchè ogni qualvolta che abbiamo un bambino sottomano ne abbiamo infinito.

Ogni giorno, ogni istante che ci troviamo ad educare, possiamo scegliere se essere re buoni o dittatori, saggi condottieri, o sadici sergenti.

Ogni giorno, ognuno di noi sta determinando in maniera decisiva il futuro.

Lo stesso pensiero e considerazioni fatte per l’ambiente valgono per la società. Forse anche noi, come l’ecosistema, stiamo andando incontro ad un punto di non ritorno. Ma ci possiamo fermare in qualsiasi momento e cambiare strada.

Per farlo occorre smetterla di lamentarsi, di scaricare la colpa fuori di sè, di guardare con coraggio la propria storia e ricordarsi che siamo solo di passaggio e non vale la regola “fare meno danni possibile”, ma quella del “creare più valore aggiunto possibile”.

Noi moriremo, ma il bene o il male che avremo creato continueranno a rigenerarsi.

Sta a noi decidere quale eredità lasciare, a noi la responsabilità di ciò che sarà.

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