Una maestra è una donna comune, così sembrerebbe.

Vive come tutti e soffre come tutti.

Una maestra la mattina si sveglia come gli altri esseri umani e da quando si sveglia inizia a pensare ai suoi alunni, alle lezioni, alle attività da preparare, alle cose da fare, ai genitori che la preoccupano, alle riunioni, alla documentazione da terminare, alle telefonate da fare, alla responsabilità che il suo lavoro comporta.

Ci pensa mentre si lava, mentre prepara la colazione, mentre cambia i pannolini ai suoi figli, mentre fa uscire il cane, mentre prepara la sua cartella come i bambini che a breve incontrerà.

Quando entra a scuola, non inizia immediatamente la lezione.

no, prima sistema le sue cose, controlla l’aula, s’immerge in quella cattedrale densa di irreale silenzio, apre le finestre, controlla i materiali. Prepara ciò che le servirà quella mattina, prende appunti, si scambia informazioni con i suoi colleghi, si confronta raccontando l’idea che le è venuta alle 3 di notte pensando a come risolvere il problema della piccola Agata e come sarebbe stato meglio affrontare una situazione avvenuta il giorno prima.

Quando inizia la lezione, non si tratta di un esercizio mnemonico in cui sciorinare nozioni e conoscenze.

Quando inizia la lezione inizia una coreografia di anime, una danza di sentimenti, sensibilità e percezioni. Tra queste deve muoversi e librarsi per riuscire a far danzare tutti, per non pestare i piedi a nessuno, per evitare che qualcuno crolli dallo sforzo e qualcuno si annoi. Deve riuscire a cogliere dietro una piroetta storta tutta la storia che l’ha portata a scomporsi, deve danzare senza tregua annotando dettagli, sfumature, sbuffi e complicità. Per la sua fatica non c’è spazio, non se ne accorge neanche.

Durante la pausa non esce a fumarsi una sigaretta, non chiacchiera di fondotinta e cincillà, ma corre a scrivere ciò che è successo, corre a sistemare l’aula per la lezione seguente, corre con il cuore in mano cercando di fare il suo meglio per riuscire ad arrivare a tutti i bambini, a tutte le loro storie, a tutte le loro fragilità, a tutti i loro talenti. Una parola con i colleghi per fissare i punti da non dimenticare, le dinamiche su cui tornare, uno sguardo di complicità con chi sta compiendo la stessa maratona, con chi sta inseguendo lo stesso obiettivo.

Quando la giornata finisce e la maestra accompagna i bambini a ricongiungersi con i suoi genitori, domande come “ha mangiato oggi?”, “ha fatto il bravo?”, o affermazioni come “ti sei sporcato la maglietta!”, “quanto ho lavorato oggi, mica come voi che vi divertite”, le fanno sorgere nel viso una piccola smorfia, appena percettibile, di sconforto.

Quando i bambini non ci sono più, la maestra si raccoglie nel silenzio, cercando di dipanare i pensieri, indagando la realtà, si confronta con i maestri a volte per ore, uscendo quando ormai è buio con la sensazione di aver vissuto un’esistenza intera quel giorno.

Ogni giorno ogni maestra pensa a tutti i bambini, li porta con sè, nella sua cartella quando torna a casa.

Li mette nel comodino e li guarda, anche se sa che non dovrebbe portare il lavoro a casa, anche se le è stato chiesto dai familiari di smettere di parlare di scuola, anche se le è stato consigliato di andare in palestra, anche se tutti le dicono di non prendersela così a cuore che è solo un lavoro.

Ma il punto è proprio questo, e lei a fine giornata non ha le forze per dirlo, per esprimerlo con chiarezza a fermezza.

Quello non è un lavoro.

Andrebbe a scuola anche se non la pagassero, anche se ci fossero le bombe, anche se le dicessero che pur stando a casa riceverebbe uno stipendio.

Per lei stare dalla parte dei bambini, accogliere le loro famiglie, sostenerli nello sviluppo è una vocazione, una chiamata alla quale non può attaccare il telefono, per la quale la segreteria telefonica non funziona e non ha mai funzionato.

Lei deve, e il perchè lo sa, è antico, di generazioni, intriso di storia, commozione e amore. E’ una promessa, una croce sul cuore, uno spillo che buca l’indice, una scatola di latta sepolta sotto una quercia a 6 anni, un cuore inciso su un tronco.

Lei sa, che non avrà mai una vita privata, che sarà sempre sulla bocca di tutti i genitori, che verranno commentati i suoi spostamenti, le sue scelte, il colore dei suoi capelli, la razza del suo cane, il marito che sceglierà. Le cose che non farà, le parole che non dirà verranno inventate e lei lo sa.

Lei sa che più lavorerà più verrà malvista da alcuni, che penseranno che vuol farsi vedere non comprendendo che è l’unica cosa può fare. Ma sa anche che non si vedranno immediatamente i frutti del suo lavoro qualcuno le darà dell’incompetente e sfaticata.

Lei sa che più studierà più le daranno dell’arrogante, della maestrina.
Ma sa anche che se si avrà l’impressione che non studia le diranno che non si aggiorna, che non è professionale, che non si impegna.

Lei sa, che loro non sanno che ha giurato fedeltà ai bambini, ha stipulato un profondissimo contratto etico con l’infanzia. Ma sa anche che c’è chi comprende invece, perfettamente, basta uno sguardo per capirlo, un sorriso complice, un’occhiata amichevole.

Lei sa e lo accetta.

Sa che non potrà fermare le chiacchiere, gli sguardi e i commenti, solo una cosa chiederebbe però: rispetto per la sua dignità, rispetto per la sua professionalità, rispetto per la sua umanità, rispetto per tutto ciò che fa.

Rispetto e un composto silenzio, laddove parole inutili servono a riempire vuoti non suoi.

Lei lo dice senza dirlo, il segreto per vedere l’infanzia, per poter accedere al mistero risiede in questo mantra: rispetto e silenzio.

Chi riesce vedrà fuori di sè, dove i bambini lo aspettano.

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2 thoughts

  1. Grazie Emily, incontrare un’insegnante che Possa donare Mente e Cuore sarebbe meraviglioso!! Speriamo!
    Grazie per le Bellissime parole

  2. Al mio 40esimo anno di scuola elementare “vissuto pericolosamente”, al termine di un’ ennesima giornata domenicale passata a pensare di bimbi e di scuola, un grazie di cuore per aver interpretato le nostre anime maestre. Claudia M.

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