Nonostante come adulti siamo perfettamente a conoscenza del fatto che il pianto è una forma di comunicazione che il bambino  mette in atto per comunicare e creare relazioni con il mondo circostante e gli adulti che lo popolano, a volte capita di dimenticare momentaneamente queste conoscenze.

Precisamente, questo a volte capita proprio mentre nostro figlio inizia a piangere.

La teoria, nella quale siamo forti, viene ridotta a brandelli dalla pratica, dove i nostri nervi non riescono a reggere l’impatto con il pianto del bambino e il rischio è di essere travolti da sentimenti come l’ansia, la paura, l’angoscia, il senso di impotenza.

Questo fenomeno capita a molti genitori ed ha una spiegazione precisa che affonda le radici nel campo della psicologia, nello specifico nella teoria dell’attaccamenti di John Bowlby.

Il caro John spiegò all’umanità che i bambini da quando nascono inviano segnali e messaggi, richieste e bisogni e sulla base delle risposte che ricevono dalle figure di attaccamento, ossia coloro che si prendono principalmente cura del bambino (genitori solitamente) costruiscono un’idea di mondo, un’idea di se stessi e strutturano la base relazionale che guiderà i rapporti futuri. In pratica costruiscono le fondamenta della loro identità e capacità relazionale.

A seconda delle risposte che il bambino riceve può strutturare diversi tipi di attaccamento:

  • sicuro
  • ansioso-ambivalente
  • insicuro-evitante
  • disorganizzato.

A complicare la faccenda, le neuroscienze ci dicono che nei primi 2 anni nel bambino agisce una memoria implicita, non ancora episodica. Questo significa che non rimane traccia dei singoli episodi pur lasciando questi una traccia emotiva indelebile.

Purtroppo, un metodo educativo in voga nel passato e difficile ancor oggi da sradicare, nonostante le evidenze scientifiche della sua dannosità, invita i genitori a lasciare i bambini piangere, così da farli abituare a consolarsi da soli, perchè si sa, il pianto apre i polmoni… (e lacera i sentimenti,  la fiducia nel mondo e la percezione dei propri bisogni).

Partendo da queste conoscenze, se io sono figlio di genitori che hanno applicato questo metodo, ossia sono stato lasciato piangere per svariati motivi (poppate ogni 3 ore, nanna in camera da solo…) nella mia memoria implicita ho associato il pianto all’angoscia che ho provato durante questi momenti di abbandono (emotivo).

Quindi, quando mio figlio piange, io ritorno emotivamente a quello stato di sconforto, impotenza, angoscia e paura che ho provato e nonostante le buone intenzioni, non riesco a rispondere efficacemente alle comunicazioni di mio figlio.

Per riuscire a modificare la situazione, il primo passo è quello del riconoscimento e della consapevolezza, il cambiamento ne è poi conseguenza naturale.

La trasformazione avviene quando vi permettete di riconoscere che ciò che vi sta disturbando non è il pianto di vostro figlio, ma il vostro pianto che non è stato consolato.

Cercate informazioni dai vostri genitori, chiedete se venivate lasciati piangere, se la moda “Estivill” esisteva già, domandate come venivano gestiti i vostri pianti.

Cercate le tracce del bambino che siete stati e diteglielo voi che adesso non c’è più nulla da temere, perchè l’adulto che siete diventati si prenderà cura di lui e di vostro figlio.

Riuscire a comprendere l’angoscia vissuta, ci permette di intervenire senza ansia evitando la ripetizione del modello di attaccamento che abbiamo ricevuto.

Sembra quasi un atto di magia per la sua semplicità ed efficacia, ma spesso è così, la via più semplice e la sola possibile è la verità.

Recuperare la verità della nostra infanzia libera noi e i nostri figli.

Per finire piccoli consigli:

  • non dite ai bambini “non piangere”, non negate loro ciò che sentono;
  • non distraeteli a tutti i costi dal loro stato d’animo, o perlomeno non prima di aver comunicato al bambino che avete compreso cosa sente e cosa lo scuote nel profondo;
  •  non lasciatelo piangere in attesa che si consoli da solo;
  • non tappate la sua bocca con un ciuccio (a breve un articolo dedicato a questo tema);
  • abbracciatelo con accoglienza e calore e sussurrategli che ci siete e siete pronti ad ascoltarlo;
  • accettate il suo pianto, incondizionatamente.

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