C’è stato un momento che più di altri ricordo con nostalgia.

Ricordi il mercato dei fiori?

Mano nella mano indossavamo il nostro amore novello con orgoglio come un prezioso cameo.

Scegliemmo cinque bulbi di tulipano,

rosa antico, così ce li vendettero.

L’autunno fece il suo debutto e ci trovò chini sull’umida terra a scavare il nido che li contenesse,

in attesa di una primavera che ci avrebbe salvati dal freddo.

Poi arrivò l’inverno.

Il mio inverno.

Vidi come la guardasti.

Fui discreta con me stessa,

lanciai un solo sguardo furtivo ai miei sentimenti.

Non volevo essere scoperta.

Nuda sotto il faro dell’inverno.

Allora indossai un cappotto, il più pesante che avevo,

quello di mia nonna, che poi fu di mia madre.

Ho aspettato, vegliando il tuo uscio in attesa di un segnale, una parola, un gesto.

Eri così felice, di una felicità che stentavo a riconoscerti.

Poi iniziasti a parlarmi di lei.

Io,

che da bambina non feci  altro che aspettarti,

cercando ciò che mi era stato negato.

Una violenta scossa di potente magnitudo mi travolse, dilaniando e separando pezzi di me,

e in quell’abisso creatosi precipitai.

Era buio.

E freddo.

Hai mai sentito il rumore dell’oscurità?

Hai mai urlato senza voce?

Sai cosa si prova ad avere il gelo nei piedi e la brina nelle arterie?

Gli occhi si appannano,

i pensieri si fanno cupi e confusi.

Il cuore è il mio bulbo,

il suo nido il mio mausoleo,

la tua gioia la mia tomba.

Poi la paura divenne rabbia,

il sangue si sciolse e come lava eruttò infiammando le periferie.

Ti presi, guardandoti.

Con tutta la potenza delle mie mani strinsi le tue,

piccole e fragili.

La mia paura divenne la tua paura.

La mia confusione la tua eredità.

Dovevi spiegarmi come potesti amarne un’altra,

ma le parole non sono il tuo forte,

non in quel momento e non con me che cercavo di estirparle come erbacce.

Riconobbi quello sguardo.

Un’antica memoria mi disse di averlo già incontrato,

ma non sono mai stata fisionomista.

Sono io tua madre, come hai potuto farmi questo?

La mia corona di petali appassì immediatamente, temetti di aver perso tutto.

La tua spensieratezza divenne la mia inquietudine.

La mia inquietudine divenne la tua fragilità.

Ora hai freddo.

Copriti.

Prendi il mio cappotto e usciamo, i tulipani sono sbocciati.

 

 

Dedicata a tutte le mamme e ai loro cuori, che perdono gocce di sangue di fronte ai primi passi dei propri figli nel mondo.

Dedicata a tutti le mamme che hanno pensato di non esserlo più vedendo l’amore dei figli nei confronti di altri adulti.

Dedicata a tutte le mamme che sono state bambine che hanno avuto cappotti pesanti da indossare che coprivano i loro sentimenti.

Dedicata a tutti i figli che sostengono il peso delle nostre fragilità.

Dedicata a noi esseri umani, così nudi di fronte alla vita.

Dedicata alla vita, che sboccia anche quando ci sembra che sia ancora inverno.

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