Forse qualcuno di voi può pensare di esser sfortunato, o davvero sfigato, di essere costantemente vittima d’ingiustizie o erroneamente considerato uno spietato carnefice e causa di problemi altrui.

Probabilmente ciascuno di voi avrà pensato almeno una volta “Perchè capitano tutte a me?!”.

Se il padre dell’analisi transazionale, Eric Berne, fosse vivo, direbbe che capitano tutte a voi perché è esattamente ciò che stavate cercando, e siete pertanto riusciti a trovare.

La spiegazione è semplice.

Da quando il bambino nasce, è esposto ad un ambiente relazionale ed emotivo che crea una traccia dentro l’individuo.

Situazioni, eventi o dinamiche ripetute nel tempo possono generare quello che Berne definisce copione di vita, ovvero un canovaccio esistenziale che con la sua ripetizione ed esistenza conferma il nostro esserci.

Quello che in sostanza l’adulto cercherà da grande sarà la ripetizione del proprio copione in modo da ricevere conferme, sicurezza e conforto.

“Finché tutto va male, significa che tutto sta andando bene”.

Questa affermazione è in particolare rivolta a tutti quei copioni che parlano di storie dolorose, dure e infelici. La ripetizione delle stesse è proprio ciò che paradossalmente crea conforto nell’individuo.

Tutto avviene ad un piano assolutamente inconscio.

E se inconscio è il copione di vita, altrettanto lo è lo strumento per metterlo in atto.

Quest’ultimo Berne lo chiama gioco psicologico.

Immaginate gli umani come registi che ogni giorno da quando si svegliano cercano attori per mettere in scene la propria piéce teatrale esistenziale.

Cerchiamo disperatamente attori, come noi anche loro lo stanno facendo e a volte troviamo ruoli complementari e sinergici, che incastrandosi perfettamente permettono allo show di cominciare.

Una vittima cercherà sempre un carnefice, un salvatore cercherà sempre una vittima e così via.

Emblematico è il caso di un bambino che a soli 6 anni aveva già incorporato il copione “tutti ce l’hanno sempre con me” e pregava un amico di fargli male, per poter poi entrare in una dinamica di autocommiserazione e attenzione da parte degli adulti. 

Nel suo libro “a che gioco giochiamo” Berne spiega in maniera molto chiara ed esaustiva i vari tipi di giochi psicologici che aveva individuato dando ad ognuno di loro titoli emblematici.

Consapevole della finitezza della sua ricerca, invitava le persone a suggerirgli copioni e giochi, dinamiche e scoperte relazionali.

Ed io vorrei sostenere la ricerca apportando il mio contributo attraverso uno dei tanti giochi che ho incontrato.

Si chiama “chiedo un consiglio ma voglio un permesso”.

Questo copione è recitato da persone che hanno scarsa fiducia in loro stesse e che hanno grosse difficoltà ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte ed azioni.

Quando chiedono un consiglio sono in realtà alla ricerca di qualcuno che gli dia il permesso di fare qualcosa che da soli non si permetterebbero mai. Il pericolo risiede nel fatto che chi fornisce il consiglio rimane invischiato nella relazione perché verrà poi visto come colui che ha autorizzato la scelta, quindi in qualche modo il responsabile finale.

Per smascherare questo copione dovete semplicemente chiedere alla persona che vi chiede un consiglio se vuole che voi gli diate un permesso. Se si tratta di questa dinamica la persona riceverà un vistoso scossone e vi permetterà di non entrare nel gioco in quanto smascherato in anticipo.

E voi a che gioco giocate?

La vera libertà inizia quando vi fate tana da soli, inizia quando comprendete quale spettacolo volete che vada in scena, e invece di fare audizioni invitate il vostro inconscio ad andare a mangiare un gelato in riva al mare…

 

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