Sedia camomilla, time out, angolo del pensiero, da nord a sud assume nomi diversi, differenti sfumature linguistiche ma la sostanza non cambia.

In ogni caso trattasi della temutissima, e di dubbia valenza pedagogica, sedia dove vengono fatti sedere i bambini per riflettere sui loro comportamenti errati e tornare sulla retta via.

Per chi non sapesse di cosa stiamo parlando, la dinamica della sedia in questione è questa: mettiamo che tizio fa qualcosa a caio, l’adulto presente riprende tizio imponendogli di andare a sedersi e meditare sul suo comportamento inopportuno al fine di sradicarlo.

Intanto sottolineo il verbo imporre. I bambini spesso non vengono gentilmente invitati, ma capita che vengano obbligati o nel peggiore dei casi intimati.

Ora immaginiamo di entrare per un momento nella mente del bambino.

Voi siete tizio, avete lanciato un dinosauro a caio perchè voleva giocare con voi, ma voi no (i bambini hanno il diritto alla solitudine come tutti noi). La maestra vede solo caio con un brontosauro incastrato nella clavicola e decide che il vostro comportamento merita… una riflessione. Così vi manda nella sedia. Lì dovete stare, immobili, a pensare.

E il bambino cosa penserà?

“come sono stato sciocco e vile, avrei dovuto comunicare a caio il mio bisogno di solitudine anzichè utilizzare una puerile comunicazione non verbale. Da quando mi alzerò non sarò più lo stesso e diverrò un esempio per la patria intera, iniziando dalla mia classe!”.

Ma forse è più verosimile: “non voglio stare qui, non è giusto. Caio non mi ha lasciato da solo, mi ha provocato, e la maestra non mi ha ascoltato. Non mi ascolta nessuno qui. I bambini non si trattano così.”

I conflitti si curano con il dialogo non con il silenzio. Io ho come la sensazione che la sedia venga utilizzata come time out dagli adulti quando si sentono impotenti, quando non sanno come gestire la situazione, si inventano la storia che l’immobilità e il mutismo sono il rimedio per gestire serenamente la rabbia.

E sì, perchè è risaputo che quando uno litiga con il proprio compagno anzichè attaccarlo come un chiwawa impazzito si siede e immobile fissa la stanza senza parlare. Anche io quando qualcuno mi spacca i maroni mi siedo e mi fingo morta come un opossum. Anzi, vi invito a farlo con qualcuno. Quando durante una fila alle poste qualcuno si inizia ad arrabbiare per l’attesa, o per la cassiera lenta, o per l’anziano che ritira la pensione a -2 all’ora, voi andategli vicino e ditegli: “caro, ma ti sembra questo il modo? Siediti, rilassati e non fiatare, in quella sedia laggiù in fondo magari. Vedrai come starai meglio!”.

Inoltre questo meccanismo ne può creare altri a cascata, come ad esempio:
– diventare molto abili nel non farsi scoprire dagli adulti (conficco il brontosauro nel polpaccio di caio mentre l’adulto è girato e torno con nonchalance alle mie attività fingendo indifferenza quando scoppia in un pianto disperato);

–  modifica del proprio comportamento non per acquisizione di un codice etico ma per paura delle conseguenze punitive, di solito questo meccanismo è efficace solo quando è presente l’adulto che esercita il potere, quando non c’è i bambini cambiamo drasticamente;

–  incapacità di gestire i conflitti e comunicare verbalmente le proprie emozioni;

–  sensazione di non essere ascoltati, accolti e compresi dal mondo circostante e conseguente sfiducia negli altri.

Chiederei ai fautori della sedia della calma, di indicarmi gentilmente un testo di pedagogia o psicologia evolutiva dove se ne consigli l’utilizzo, con tanto di motivazioni scientifiche della comprovata validità educativa.

Genitori esigete dalla scuola spiegazioni e indicazioni teoriche, perchè qui non si tratta di scuola pubblica o meno, qui si tratta di responsabilità di chi si assume il ruolo di insegnante, di coloro che hanno scelto di dedicare la vita al sostegno di individui in crescita.

E se non sapete che pesci prendere un libro ve lo consiglio io, leggetevi qualcosa riguardo la comunicazione non violenta di Rosenberg.

Se non avete strumenti acquisiteli, il mondo ne è pieno.

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One thought

  1. Grazie per questa riflessione . Non oso immaginare quanta solitudine, rabbia ed impotenza possa generare una tale “tecnica pedagogica “ usata addirittura su bambini piccolissimi, anche nelle scuole cosiddette montessoriane italiane (esperienza diretta ), utile solo all’adulto per eliminare l’elemento di disturbo che é il bambino in difficoltà. Bambino che dovrebbe essere il primo ad essere consolato .

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